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B. Keaton - R. Arbuckle

storia cinema

BUSTER KEATON
(1895 - 1966)

Tra i grandi comici del cinema quello che merita l’appellativo di Re del Muto è senza ombra di dubbio Buster Keaton, non tanto per aver vissuto artisticamente negli anni in cui il sonoro ancora era nell’immaginazione degli spettatori, quanto per aver saputo imporre un personaggio che faceva affidamento esclusivamente sulle sue straordinarie capacità espressive, mimiche e acrobatiche. Buster Keaton rinunciò fin da subito alla parola, creando la sua figura di uomo silenzioso, quasi sospeso in una dimensione onirica, eternamente in conflitto con il mondo. Icona dell’uomo che non sorride mai, impassibile anche di fronte alle avversità, negli anni a venire, nei quali anche Chaplin seppur a malincuore dovette piegarsi alle esigenze del sonoro, fu d’esempio per una nuova generazione di comici, primo fra tutti Jaques Tati e in Italia, più tardi, Maurizio Nichetti.


Joseph Francis Keaton, in arte Buster Keaton, delegò all’espressività del volto e ai movimenti abili del corpo tutta la sua straordinaria eloquenza. La sua carriera finì praticamente con l’avvento del sonoro - avido agli esordi di rumori sopra ogni limite - che non seppe vedere un seguito al personaggio che incarnava più di ogni altro la dimensione del silenzio. Il suo declino però coincise anche con una profonda crisi esistenziale causata dal fallimento del suo matrimonio e dall’alcolismo che lo costrinse nel 1935 a farsi ricoverare in una clinica specializzata. Negli anni successivi si dedicò alla scrittura di sceneggiature e gag, relegato nel cono d’ombra di Hollywood. Visse nuovamente brevi periodi di ribalta quando fu chiamato ad interpretare Viale del Tramonto, Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo, Luci della ribalta, quando vinse un Oscar alla carriera nel 1960, ma soprattutto quando a pochi mesi dalla scomparsa, avvenuta nel 1966 a Los Angeles, fu chiamato ad interpretare un cortometraggio di A. Schneider sceneggiato da S. Beckett dal titolo Film, nel quale l’attore rivelò quanto fosse ancora vivo il potenziale espressivo degli anni della giovinezza.


Keaton nacque a Piqua nel Kansas, il 4 ottobre 1895. Figlio di due attori di vaudeville a soli 4 anni debuttò a teatro nella compagnia “Mohawh Indian medicine”. La leggenda vuole che lo pseudonimo Buster (rompicollo) gli sia stato attribuito a soli sei mesi di vita dal mago Houdini in seguito ad una caduta senza conseguenze durante un numero acrobatico con i genitori. Esordì nel cinema con il cortometraggio Il garzone del macellaio (1917) di Roscoe Fatty Arbuckle (regista e attore che incarnava il grassone cattivo in molti film dell’epoca). Il produttore Joseph Schenck, dopo un provino improvvisato, lo assoldò per 40 dollari a settimana. Il sodalizio con Arbuckle produrrà un’altra quindicina di comiche, poi nel 1920 il debutto nel lungometraggio con Lo Sciocco diretto da H. Brache.

In seguito Buster Keaton affermerà che se è al padre che deve il metodo di recitazione teatrale, è senza dubbio allo sfortunato amico e regista Arbukle che deve la lezione di cinema essenziale per far sì che le sue abili capacità acrobatiche e mimiche confluiscano in uno stile recitativo. In realtà i suoi personaggi non si discostano molto da se stesso, fattore questo alla base della straordinaria attendibilità che riesce a esprimere davanti alla cinepresa, anche quando si tratta di ruoli che hanno a che fare con l'onirico. Il sogno ha una funzione importante nel cinema keatoniano. La fantasia si intreccia con la realtà, ed è grazie alla prima che il personaggio riesce a superare le difficoltà della seconda. Nel film "Sherlock Junior", ad esempio, interpreta il ruolo di un proiezionista cinematografico che si addormenta durante il lavoro. Il proiezionista diventa il personaggio dello schermo e riesce ad affrontare quei limiti che fuori dal sogno non era riuscito a superare.

Il volto sempre espressivo, nonostante la mimica misurata, quasi minimalista rispetto ai canoni dell'epoca, ancora legato al gesto ampio ed enfatico del teatro, è il vero tratto distintivo dell'attore. Il suo volto, il suo corpo, sono in continuo movimento; la bocca, gli occhi, le palpebre, catalizzano l'attenzione dello spettatore quanto le sue straordinarie doti acrobatiche. Nonostante l'apparente fissità, il suo volto, ricoperto di cerone bianco, è un disegno in bianco e nero in costante movimento, accentuato dai tratti marcati degli occhi neri; le sopracciglie sembrano autonome, le labbra un fuggevole taglio sottile, mute oltre l'inverosimile. I sentimenti e le emozioni dei personaggi di Keaton, attraversano quel volto trasparente, confluiscono nel suo agile corpo, e si svelano puri sullo schermo, veicoli dell'anima, come solo pochi attori seppero fare fino ad allora.

Tra i suoi film più significativi ricordiamo "Accidenti che ospitalità" (1923), "La palla n. 13" (1924), "Il navigatore" (1924), "Seven Chances" (1925), "Io e la vacca" (1925), "Battling Butler" (1926), "Il Generale" (1926), "College" (1927) e "Io e il ciclone" (1928). Buster Keaton fu anche molto apprezzato come regista. Tra il 1920 e il 1929 realizzerà 19 cortometraggi e 12 lungometraggi, molti dei quali diretti solo da lui. Nei suoi film, non badava a spese: ne Il Generale arriva a far saltare un ponte vero e un’autentica locomotiva pur di sbalordire la platea. Non ricorreva mai a controfigure, anche nelle sequenze più pericolose: ne il Ciclone si fa precipitare addosso una parete intera che non lo travolge solo perché si era collocato in corrispondenza di una finestra.


 

LA STORIA DI ROSCOE ARBUCKLE

La grande industria cinematografica americana molto spesso ha maltrattato i propri figli. Alle prime difficoltà, ai primi sospetti di un qualsiasi atteggiamento non conforme allo spietato codice dello star system, non ha fatto di meglio che abbandonarli a se stessi. E' successo persino al grande Charlie Chaplin, quando la società americana, che fino a pochi anni prima lo aveva idolatrato, lo accusò negli anni '50, in pieno maccartismo, di filocomunismo. E' successo al grande Orson Welles, per aver pestato i piedi ad un magnate dell'industria. E' successo a molti altri, veri talenti, costretti ad abbandonare le proprie carriere, a volte il proprio paese, per morire dimenticati da tutti. Ma forse la storia di Roscoe "Fatty" Arbuckle, fra tutte le storie nella nascente industria di Hollywood, è quella più drammatica.


la Keystone nel 1913 assunse Roscoe Arbuckle per una serie di cortometraggi, sotto la guida di Mark Sennett. Nel giro di pochi anni l'attore si guadagnò l'appellativo di Fatty, per via del suo peso forma che oscillava sui 130 chili. Era il grasso sorprendentemente agile delle comiche che facevano impazzire le platee in quegli anni, mentre l'industria di Hollywood esportava in tutto il mondo i suoi prodotti. Roscoe non era secondo alle stelle dei suoi tempi come Charlie Chaplin e Buster Keaton, al quale fu sempre legato da profonda amicizia. La Paramount nel 1919 lo scritturò con un contratto di un milione di dollari l'anno. Era l'apice della sua carriera, destinata a interrompersi nel 1921 in seguito ad uno scandalo che sconvolse l'opinione pubblica americana.

Durante una festa al St.Francis Hotel di San Francisco una delle ragazze invitate da Roscoe, l'attrice Virginia Rappe fu colta da malore a causa di un'intossicazione da alcol e stupefacenti. Tre giorni più tardi la ragazza morì. La stampa non perse l'occasione per fare dell'incidente uno scandalo sulla lussuriosa vita delle star del cinema. Roscoe fu ingiustamente accusato di omicidio e stupro, nonostante il medico non rilevò segni di violenza sul corpo della ragazza. I processi si protrassero per due lunghi anni e scagionarono definitivamente Roscoe Arbuckle da qualsiasi accusa, malgrado gran parte dell'opinione pubblica, fomentata dalla stampa, continuasse ad invocare la pena di morte per l'attore. Le accuse nei suoi confronti risultarono infondate, ma la sua carriera ne uscì a pezzi. Sono in molti fra gli storici cinematografici a descrivere la fine della carriera di Fatty come una delle più gravi tragedie dell'industria cinematografica americana. Hollywood vietò ai propri membri di presentarsi ai processi contro Roscoe Arbuckle, e in seguito lo abbandonò al suo destino. Solo l'amico Buster Keaton, infrangendo le regole, testimoniò in aula, descrivendo l'accusato una persona mite, dall'animo candido.

Roscoe era un uomo finito, attorno a lui si fece il vuoto. Si rifugiò nell'alcol, divorziò, si risposò e divorziò di nuovo. Hollywood si ricordò di lui solo alla fine degli anni venti, quando il cinema stava subendo la grande rivoluzione del sonoro, che avrebbe fatto altre vittime illustri proprio come il suo amico Buster Keaton. Roscoe realizzò per la Warner Bros alcuni cortometraggi utilizzando però lo pseudonimo di Will B. Goodrich, perché il suo nome anche a distanza di tempo continuava ad essere ritenuto "scomodo". Nel 1933 gli fu proposto finalmente di girare un lungometraggio utilizzando per la prima volta dopo 13 anni il suo vero nome. Ma era troppo tardi. La sera stessa in cui firmò il contratto morì nel suo letto d'infarto. C'è chi disse che morì di crepacuore. Aveva solo 46 anni.

 
 
 
 
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