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GUIDE IMPROBABILI

SATIRA

Guida a leggende, misteri,
curiosità e luoghi improbabili
d'Italia


di Remo Badoer

illustrazioni di Lamberto Tomassini



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Cinquedita (Romagna)
Non ti scordar di me

Questa bella e antica città, ricca di stupendi monumenti e mirabili palazzi d'epoca, si caratterizza per il singolare sistema con cui le guide e i ciceroni locali si assicurano che il turista non si dimentichi le bellezze viste.
La cosa va in questo modo: la guida indica al visitatore un monumento, ad esempio "Alla destra, sull'angolo, Palazzo Manforte, risalente al '400 ma più volte rimaneggiato, con facciata ornata da affreschi del Maneschino" e mentre quello contempla l'edificio, la guida gli molla una sonora sberla e al turista che si gira allibito aggiunge con un sorriso disarmante: "Così siamo sicuri che se ne ricorda".
Pare che la storia risalga ai tempi del re longobardo Smataflone II, il quale una volta all'anno si faceva portare a Palazzo i bambini della città e a ciascuno di essi diceva: "Io sono il tuo Re! E così te ne ricordi!" e appioppava loro un pesante ceffone, talvolta senza neanche togliersi il guanto dell'armatura. I fanciulli crebbero e se ne ricordarono, tanto che una volta cresciuti presero Smataflone e lo impalarono nella piazza del paese.


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Colpolenta (Piemonte)
Le reliquie di San Composito

Raccontano le cronache medievali che attorno all'anno mille le valli piemontesi attorno a Colpolenta furono ricettacolo di una setta di eretici che seguivano gli insegnamenti di Fra' Anchestino, un monaco fuggito dalla Germania che predicava l'inutilità della venerazione delle reliquie dei santi quando queste non fossero riunite in quello che lui chiamava "il corpo unico della santità".
Questi eretici quindi imperversarono in tutta la regione, violando chiese, conventi, abbazie e altri luoghi di culto per trafugarvi le varie reliquie conservate: a Viderna rubarono la mano di Santa Eufronea, a Castelpino la gamba di San Ermenaldo, a Premiglio il cranio di San Zelbino, a Pometello il malleolo di Sant'lsidonzo, a Crepaggio la cistifellea di Santa Bradigarda, a Turlongo i glutei di San Fermone, a Fontarina le trecce di Santa Giomitilla e via di questo passo, finché il vescovo di Torino non bandì una crociata contro Fra' Anchestino e i suoi seguaci. Questi vennero sorpresi e catturati in una grotta appunto sotto Colpolenta, che serviva loro da rifugio e da tempio.
Pochi sopravvissero, tra cui Fra' Anchestino che venne messo al rogo nel 1012 nella piazza di Colpolenta. Non si riuscì, invece a recuperare le reliquie trafugate, o meglio non si riuscì ad identificarle dato che gli eretici, nel loro sacrilegio avevano unito i diversi pezzi dei vari santi con impeciature, colle, cuciture, legacci, rappezzi, ricami, fino a formare un corpo unico completo di tutte le parti e ormai praticamente indivisibile. Le autorità ecclesiastiche locali non sapevano come comportarsi e si rivolsero quindi a Roma.
Il Pontefice si attenne al principio "da molti uno solo", "e pluribus unum", e decise che alle reliquie cosi raccolte sarebbe stato dato il nome di San Composito, protettore di Colpolenta e di tutte le altre chiese, conventi, ecc. che erano stati saccheggiati dagli eretici.
Il corpo di San Composito venne quindi conservato nel duomo di Colpolenta dove è tuttora oggetto di culto e venerato come patrono dei chirurghi e dei solutori di puzzle.


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Sisalone (Friuli)
Il fantasma del ponte sul Brigno



Filiberto Monachini era un ricco proprietario terriero di Sisalone, vittima del demone del gioco d'azzardo.
Di lui in paese ricordano che accettava qualsiasi tipo di puntata su qualsiasi tipo di gioco o scommessa, dalla zecchinetta alle corse dei cani, dal ramino pokerato alla tombola, dal mercante in fiera al tressette-ciapa-no; viveva nel Circolo cittadino, dove mangiava al tavolo verde e dormiva sopra il biliardo.
Di lui si ricorda inoltre che non ebbe mai a vincere nemmeno una lira (un vecchio del posto giura di aver sentito da un suo lontano parente che il Monachini una volta aveva imbroccato un ambo sulla ruota di Napoli, ma non sembra attendibile. Certo è che la sua sfortuna era grande almeno quanto la sua caparbietà: una ad una, il Monachini dovette vendere le sue proprietà per far fronte ai debiti di gioco che accumulava in continuazione finché si ritrovò nella miseria più totale.
Una fredda sera d'inverno vestito di pochi stracci, il Monachini stava attraversando il ponte sul Brigno, il fiume che divide la città a metà, quando un passante impietosito gli mise in mano una moneta. Il Monachini se la rigirò in mano più volte finché, come colto da una decisione improvvisa, la gettò in aria dicendo ad alta voce: "testa: mi pago un bicchiere di vino. Croce: mi butto". Il suo corpo non venne mai ripescato.
La gente del posto dice che l'anima dannata del giocatore suicida si aggira ancora in quel luogo ed evita di passare da quelle parti la domenica dopo il tramonto, quando tra le nebbie sopra il fiume si può intravedere una figura biancastra che talvolta avvicina i temerari che attraversano il porte sul Brigno e con terribile voce cavernosa pone loro domande tipo "Che cosa ha fatto l'Atalanta?" e alla risposta del malcapitato, qualunque essa sia, l'ombra maledetta esclama.. "Porca puttana! Ancora undici!" e se ne ritorna fra le nebbie con ulteriori bestemmie e imprecazioni.


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Brentellazzo (Veneto)
Lo specchio del Mona




Molto tempo fa in questo paese viveva un giovane cavaliere di nobile famiglia, Danieletto detto l'imberbe, che ebbe ad innamorarsi di una fanciulla di un'altra città.
Quest'amore all'inizio venne ricambiato, ma col tempo la fanciulla cambiò idea e offrì ad altri le proprie grazie, come si usa dire.
Danieletto, che nel frattempo il paese aveva cominciato a chiamare malignamente Danieletto il Becco, non si rassegnò e continuò a riempire di doni e cure la donna che, da parte sua, non mutava atteggiamento nei suoi confronti: lui le offriva ori e gioielli, profumi cene sontuose, abiti preziosi mentre lei continuava ad offrire ad altri le proprie grazie, come si usa dire.
Il giovane sperperò in questo modo gran parte dei beni suoi e della sua famiglia; inoltre era fisicamente deperito, preda di cupe ossessioni e il paese, impietosito, cominciò a chiamarlo con commiserazione Danieletto il Mona.
Alla fine, i suoi parenti si consigliarono con un saggio eremita che viveva sul monte sopra Brentellazzo e questo diede ai giovane un grande specchio sul cui bordo inferiore aveva inciso a grandi lettere la parola "MONA" e gli disse di guardarsi in quello specchio per diverse ore al giorno. Danieletto seguì il consiglio dell'eremita, in breve tempo capì i propri errori e rinsavì; poi fece appendere a imperitura memoria lo specchio nell'atrio del Palazzo della Ragione del paese, dove è tuttora meta di innamorati delusi che vi passano davanti lunghe ore in meditazione.


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Aquilaia (Toscana)
Un pioniere del volo



Il personaggio più famoso nella storia altrimenti monotona di questa cittadina fu, come ricorda una lapide sulla torre in piazza con inciso un paio di ali spezzate e il motto "Io volo!", Teobaldo Scapestri detto il Testadura sia per la sua caparbietà che per motivi di cattere fisico.
Teobaldo aveva servito presso il grande Leonardo e l'aveva seguito nelle sue peregrinazioni, almeno finchè un'inaspettata eredità gli concesse di lasciare il proprio lavoro e di tornare ad Aquilaia.
Era rimasto fortemente colpito da Leonardo e dalle sue invenzioni, in particolare quelle riguardanti il volo umano e una volta sollevato dagli obblighi di un lavoro, si dedicò a mettere in pratica quello che il genio di Vinci aveva lasciato sulla carta; si costruì allora un paio di rozze ali di tela grezza, impeciate e accordate alla meno peggio, del tutto somiglianti a quelle che aveva più volte visto disegnare il suo maestro.
Quando secondo lui furono a posto, una fredda mattina del 1514, salì sull'alto della torre del paese, si allacciò le ali al petto e alla schiena, si protese sulla piazza, spalancò le braccia e dopo aver proclamato ad alta voce "Io volo!" si lanciò nel vuoto. Cadde come un sasso sul mercato sottostante finendo sul carretto di un commerciante di uova che incurante delle sue malmesse condizioni lo portò a bestemmie e calci nel sedere fino dal podestà per costringerlo a rifondergli il danno.
La cosa non impedì però a Teobaldo di riprovarci e, qualche tempo dopo, con un paio di ali nuove, mise in atto un secondo tentativo con lo stesso risultato del primo, se si esclude che quella volta finì sopra dei sacchi di sementi; una terza volta finì invece sopra un carico di letame che andò a sporcare le merci in varie bancarelle e carri, e fu così che i mercanti andarono dal podestà e dissero che no, così non si poteva andare avanti, e alla fine a Teobaldo venne vietato di continuare i suoi esperimenti.
Caparbio, lo Scapestri ricostruì le sue ali e prese a fare i suoi esperimenti nella notte, e il podestà lasciò fare, anche perchè in questo modo Teobaldo non danneggiava nessuno, se non se stesso e, forse, qualche residente nella piazza, che in piena notte si svegliava udendo la coraggiosa frase "Io volo!" e subito dopo lo schianto della testa del nostro eroe sul selciato.
La cosa andò avanti per qualche anno, diventò una consuetudine per il paese e quando il nostro passava per le vie di Aquilaia, con la testa fasciata, veniva indicato a dito, deriso e i bambini gli tiravano sassi. Una notte però del 1522 venne udito il fatale "Io volo!" e poi non ci fu nessun altro rumore se non una grassa risata lontana; e quelle furono le ultime notizie su Teobaldo Scapestri che non fu mai più visto ad Aquilaia.
C'è chi dice che finalmente Teobaldo era riuscito a volare e se n'era andato lontano, come gli uccelli; altri dicevano che a furia di sfidare la natura Teobaldo se l'era portato via il diavolo. Ci anche fu un ubriacone che s'era addormentato sulla piazza e che raccontò una strana storia, secondo la quale Teobaldo sarebbe salito sopra la torre, avrebbe gridato "Io volo" e avrebbe messo la mano destra sull'incavo del braccio sinistro all'indirizzo del paese; poi se ne sarebbe sceso per le scale e si sarebbe allontanato sopra un mulo ridendo di gusto.
Sia come sia, la leggenda vuole che per Aquilaia si aggiri ancora il fantasma di questo pioniere del volo e che talvolta si senta ancora il fatidico "Io volo!" e lo schianto sul selciato; i superstiziosi evitano di parcheggiare sotto la torre per non correre il rischio, come asserisce qualcuno, di ritrovarla la mattina con ammaccature sul cofano e sul tetto, come se qualcosa ci fosse caduto sopra.


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Polverone (Emilia)
Le sventure di San Calamito



Forte a Polverone è il culto e il ricordo di San Calamito, il grande taumaturgo che viveva in quelle zone verso l'anno 1000.
Questo grande santo aveva la fama di poter curare qualsiasi malattia e in effetti Calamito veniva chiamato ogniqualvolta c'era un malato in qualche casa, ed immancabilmente compiva una delle sue guarigioni miracolose. Infatti per un misterioso dono divino, quando Calamito si accostava ad un malato, in breve tempo il male passava dall'infermo al santo, e così se la persona aveva una gamba rotta, questa guariva ma Calamito se ne doveva andar via con delle stecche di legno alla gamba appoggiandosi ad un bastone, se si trattava di mal di pancia, il santo se ne tornava tenendosi lo stomaco per i dolori, e così via.
Non è possibile oggi ricostruire con certezza quante e quali malattie abbia curato Calamito in quegli anni, ma nella chiesa di Polverone si possono vedere tutti gli ex-voto che i miracolati lasciavano in occasione della loro guarigione e dall'esame di questi possiamo sapere che il santo ebbe a risentire almeno di: dodici diverse ulcere tra peptiche e gastro-duodenali, oltre quaranta fratture agli arti inferiori, diciotto mal di schiena, due dermatiti allergiche, una psoriasi, sei piorree fulminanti, quattro tachicardie, ventotto scarlattine, una epatite di tipo B, otto infiammazioni prostatiche con complicazioni renali, un caso di lebbra, quattro gengiviti, dodici attacchi di mal caduco, cinque linfo-granulomatosi polmonari, due blenoree avanzate, una bronchite cronica, varie forme di enterite, un ingrossamento tiroideo, nove tipi diversi di cistiti, due micosi, una paresi laterale sinistra, tre pleuriti secche e nove sifilidi.
Si dice anche che un giorno Calamito, recatosi a soccorrere una donna in travaglio, ebbe a partorire un bel maschietto di tre chili e mezzo, ma questo francamente ci sembra troppo, anche per un grande santo come lui.


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Mutolo (Abruzzo)
Il segreto dei cittadini

Mutolo è un piccolo paese sulle pendici del Monte Tacito e conta meno di cinquemila anime.
Leggenda vuole che i mutolesi nascondano un terribile segreto che si tramandano di generazione in generazione da tempo immemorabile e di cui nessuno, a parte gli stessi abitanti del paese, pare sia mai venuto a conoscenza. Nessuno infatti è mai riuscito ad incrinare la riservatezza dei mutolesi, e addirittura nel Medioevo qualche signorotto provò ad estorcere con minacce, torture, violenze di vario genere il segreto, ma senza alcun risultato.
C'è chi ha fatto ipotesi varie sulla natura di questo segreto e a questo proposito c'è chi parla di profezie catastrofiche, di contatti alieni, di magia nera, di animali fantastici, ma in realtà nessuno può dire di saperne veramente qualcosa.
Si potrebbe anche pensare che non esista nessun segreto, ma è un fatto che in questo paese è comunissimo vedere piccoli crocchi di tre, quattro persone, di solito in luoghi appartati, che parlano sottovoce fra di loro, guardandosi attorno con aria sospetta, con gesti allusivi e ammiccamenti vari; se qualche estraneo si avvicina ad uno di questi gruppi, il gruppo immediatamente si scioglie salutandosi ad alta voce con aria indifferente e se poi quello domanda di cosa stavano parlando, per tutta risposta avrà un'alzata di spalle e "Ma niente, niente, cose nostre, sciocchezze..." in un tono annoiato che non però ammette repliche.
A parte questo, gli abitanti di Mutolo sono molto cordiali e il cibo in paese è ottimo.


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Bruscandoli (Emilia)
Un indovino minore

A Bruscandoli nacque, visse e morì nel '500 tal Giovanni Bellegioie, poeta, medico e indovino che conobbe ai suoi tempi umiliazioni e derisione, e che anche oggi non gode della fama che gli spetterebbe e infatti viene talvolta chiamato "Nostradamus minor" o "Nostradamus infimus".
Questo è dovuto al fatto che egli non prediceva grandi avvenimenti, guerre, disastri e simili ma prediceva avvenimenti comuni, forse banali ma con una precisione tale da sconcertare anche i più scettici.
Nella sua raccolta "De Futuro" ad esempio si legge:

In tempo di gelo uno nove e doppio sette
a Forlimpopoli mercato
donna augustea lo pinnato prende:
da cinque tre ne resta due.

Questa profezia, come venne appurato dall'equipe del prof. Brickermann, il più noto studioso del Bellegioie, si è rivelata completamente esatta: in effetti nell’inverno del 1977 ("tempo di gelo uno nove e doppio sette") al mercato di Forlimpopoli tale Sofonisba Valducci, moglie di Augusto Breghe ("donna augustea"), acquistò una trota ("pinnato prende") al costo di tremila lire: pagò con una banconota da cinquemila e ne ebbe in resto duemila ("da cinque tre ne resta due").
La più nota profezia del Bellegioie è comunque quella riportata sulla facciata della sua casa natale, proprio dietro il Duomo del paese, dove una lapide recita:

Nella città di agnello che domina lo toro
vintisei a due emme di San Clemente
disgrazia disgrazia antico re inglese che prega,
il gallo non canta, manca lo sei e all'undici va,
insetto che punge, la grossa si spezza, artiere ristà.

E come tutti ben sanno, esattamente a Torino ("nella città di agnello che domina lo toro") il 23 novembre ("San Clemente") del 1974 ("vintisei a due emme"), non suonò la sveglia ("il gallo non canta") di tal Arturo Lorante ("antico re inglese che prega") che in conseguenza di questo fatto arrivò in ritardo alla fermata del suo tram abituale, il n. 6, e decise di prendere il n. 11 ("manca lo sei e all'undici va") ma sopraggiunse un ragazzo alla guida di una Vespa ("insetto che punge") che gli passò con la ruota anteriore sul piede sinistro provocandogli la rottura dell’unghia dell’alluce ("la grossa si spezza") e impedendogli quindi di andare al suo lavoro di tornitore a Mirafiori ("artiere ristà").


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