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IL DIVISMO IN ITALIA NEGLI ANNI DEL CINEMA MUTO
“Mai essere umano,
mai essere femminile,
seppe tramutarsi così profondamente
nelle linee, nelle espressioni …”
Nelle parole che Matilde Serao dedicò a Lyda Borrelli, c’è forse il significato di quel fenomeno che investì la nostra cinematografia negli anni dieci del secolo scorso, e che possiamo classificare con un termine che in seguito assunse accezioni non sempre lusinghiere: divismo. Il divismo nel nostro paese non fu estraneo all’influenza delle evoluzioni sociali e artistiche che investirono l’Italia giolittiana. Il ruolo della donna, nell’ambito di una piccola rivoluzione sessuale (più letteraria che reale), cambiò parallelamente all’esplosione dei movimenti artistici d’avanguardia (ad esempio il Futurismo) e alla febbre dannunziana che colpì i lettori della classe borghese (da sottolineare la somiglianza di Elena Muti, protagonista del romanzo Il piacere del 1889, con Lyda Borrelli, prima grande diva del cinema italiano). Il divismo italiano, con alcune eccezioni, parlava al femminile ed era popolato di donne fatali, lontane dallo stato reale di subordinazione in cui viveva la maggior parte delle donne, ma che ugualmente offriva il modello (forse irraggiungibile) di un superamento dei ruoli tradizionali.
La femme fatale fu la tipologia che più di ogni altra s’impadronì del cinema italiano di quegli anni. Derivata dalla letteratura e dal teatro, la femme fatale si muove negli abissi del peccato, irride le convenzioni ed è in grado, spesso suo malgrado, di annientare l’amante. Mantide inconsapevole dal bacio avvelenato, si muove nel fuoco della passione senza riuscire a dominare le ancestrali pulsioni erotiche. Attraverso di esse, però, la femme fatale non sempre rappresenta il male nei destini degli uomini; essa può anche avere per l’amante funzioni protettrici. Un aspetto che troviamo soprattutto nelle pellicole che seguirono gli anni della prima guerra monddiale. Ricordiamo che le donne durante la Grande Guerra ebbero un ruolo fondamentale nei destini dell’umanità. Da sole mandarono avanti le fabbriche, crebbero i figli, si occuparono della vita pubblica di una società decimata di uomini. Le nuove ragioni sociali trasformarono sovente la femme fatale, in eroina, non più dispensatrice di morte e di rovina, ma salvatrice. Attorno a questa tipologia se ne svilupparono altre che vanno dalla donna sconosciuta (la bella misteriosa che nessuno sa da dove arrivi) alla donna madre e alla donna angelica, indifesa e pura.
Dunque il divismo italiano del cinema muto ebbe profonde implicazioni socio-
Lyda Borrelli (1884-
L’Italia borghese era in ginocchio davanti all’icona dannunziana, affascinata dal tormento sentimentale, pervasa dal furore dell’amore, della guerra eroica, del rombo degli aeroplani. L’avvento del sonoro trasformerà la recitazione plateale della Borrelli in comiche involontarie, tanto ampio era il suo gesticolare. Forse Lyda Borrelli non avrebbe avuto vita lunga, se non avesse abbandonato la carriera per sposarsi, in un periodo in cui il mezzo cinematografico progrediva giorno dopo giorno (pensiamo al sonoro nel ’27) e la società cambiava radicalmente. Tra i maggiori successi della diva ricordiamo: Marcia nuziale (1915), Fior di male (1915), Malombra (1917) di Carmine Gallone, Rapsodia satanica (1916) di Nino Oxilia, Una notte a Calcutta (1918) di Caserini. Leggiamo da “Cent’anni di cinema italiano” di Gian Piero Brunetta (Editori Laterza): “ (…) In Rapsodia Satanica Oxilia riesce ad aggiungere alla materialità fisica anche la rappresentazione della levità di alcuni sentimenti. Quando le sue braccia si allargano ad imitare i gesti della farfalla si può dire che raggiunga un grado di stilizzazione imprevisto che solo la grafica e la poesia di alcuni autori è stata capace di esprimere. Nella parte centrale del film, quando sente che il desiderio batte alle porte del cuore e si abbandona al delirio di giovinezza i suoi gesti producono invece, nella maniera più solenne e emblematica, una comunione rituale col pubblico. (…)”
Altra grande diva del cinema muto, fu Francesca Bertini, nata a Firenze nel 1892. Entrata in giovane età nel mondo del teatro con l’aiuto di Edoardo Scarpetta, venne notata a Napoli da uno dei talent scout della Film d’Art. Il suo primo film, per il quale lascerà definitivamente il teatro, è del 1910 e si intitola Il Trovatore. Ma se per Lyda Borrelli il successo fu immediato, la ragazza di Firenze dovette fare una lunga gavetta prima di arrivare a dominare la scena della cinematografia internazionale. Tra i primi numerosi film da lei interpretati ricordiamo: Francesca da Rimini (1911), Romeo e Giulietta (1912), Tristano e Isotta (1911), Per il blasone (1913), L’anima del démi-
Tra i suoi film più importanti ricordiamo Assunta Spina del 1915. E’ proprio grazie a questo film che l’attrice ebbe la possibilità di mettere in scena tutto il suo enorme potenziale espressivo, che la consacrerà definitivamente una diva. Ad Assunta Spina seguiranno La Signora delle Camelie (1915), Odette (1915), Fedora (1916), Adreina (1917) … E’ lei l’attrice che ridusse le distanze fra il cinema e il teatro, che più di ogni altro interprete segnò il passaggio dalla recitazione teatrale a quella cinematografica. Una recitazione moderna, microespressiva, densa di passioni.
Alla fine della guerra fondò una propria casa di produzione (Bertini Film) che realizzerà tra il 1918 e il 1919 una serie di opere ispirate ai Sette peccati capitali di Sue (L’orgoglio, la Gola, L’Ira). L’astro della Bertini comincerà a tramontare proprio sul finire degli anni dieci, durante i quali mise a segno gli ultimi grandi successi di pubblico (Lussuria) ma subì anche i primi attacchi da parte della critica. Nel 1920 il pubblico comincerà ad abbandonarla. L’accoglienza tiepida a film come La Principessa Giorgio, Lisa Fleuron, L’Ombra, testimoniano le crepe nel consenso popolare. E’ difficile dire quanto sia stato il pubblico ad abbandonare l’attrice o quanto sia stata l’attrice ad abbandonare il pubblico.
A sostegno della prima tesi c’è la trasformazione sociale avvenuta all’indomani della prima guerra mondiale, l’esigenza del cambiamento di un mondo diventato improvvisamente troppo vecchio. Non a caso anche le altre dive italiane si ritroveranno alle soglie degli anni venti senza pubblico. Quanto sia stata la Bertini ad allontanarsi dal pubblico e dalla critica è difficile da capire, se non dalle parole di un critico che dopo la proiezione del film La Serpe scrisse: ”La Bertini “bertineggia” quando parla, quando mangia, quando balla, quando si soffia il naso”. Come se l’attrice si fosse staccata definitivamente dalla realtà per inseguire all’infinito un suo cliché personale. Abbandonerà il cinema per sposarsi con il conte Paul Cartier, rifiutando offerte milionarie da parte della Fox, che avrebbe voluta consacrarla a Hollywood.
Alle due grandi Borrelli e Bertini, è doveroso aggiungere altre attrici che, pur non eguagliando lo splendore delle due dive, entrarono, seppur con minore importanza, nell’olimpo del cinema italiano di quegli anni. Prima fra tutte Pina Menichelli, interprete dannunziana nel famoso film Fuoco di Giovanni Pastrone del 1916 per la Itala-
Tra le altre attrici, spesso innalzate all’olimpo del divismo solo da critici prezzolati, e destinate a ruotare attorno agli astri splendenti delle colleghe più famose, ricordiamo fra le migliori: Hesperia (La Signora delle Camelie del 1915), Italia Almirante Manzini (Cabiria), Leda Gys (Christus, Quando si Ama, Una Peccatrice), Lina Cavalieri (Manon Lescaut). Distanziate da queste ultime vanno però anche ricordate Mary Cleo Tarlarini, Elena Sangro, Maria Melato, Linda Pini, Tilde Kassai, Bianca Bellincioni Stagno, Soava Gallone, Diomira e Maria Jacobini.. Tutte ex attrici di teatro votate alla nuova arte.
