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L'AVANGUARDIA FRANCESE
Negli anni ’20 si sviluppò in Francia un movimento di avanguardia cinematografica che partendo dal manifesto della settima arte redatto nel 1911 da R. Canuto (il cinema come sintesi di tutte le arti), sentì la necessità di mettersi al passo con le contemporanee avanguardie pittoriche e letterarie, come il futurismo, il dadaismo, il surrealismo. Lo scopo perseguito da intellettuali come G. Dulac, J. Epstein, e come Louis Delluc, giornalista critico poeta sceneggiatore regista, fu quello di rinnovare il linguaggio cinematografico. Si voleva conferire al cinema una dignità d’arte, senza però ripercorrere la strada della “Film D’Art” di qualche anno prima, che si basava esclusivamente sulla necessità di adattare famosi testi letterari, ma creando un’arte autonoma, agendo soprattutto sulla creazione di nuovi codici visivi. In tutta la Francia – ma anche nel resto d’Europa -
Il cinema d’avanguardia che si sviluppò in Francia era dichiaratamente un cinema d’elite. Tallier e Mygra, all’apertura della loro sala, dissero apertamente che il loro scopo era quello di reclutare il pubblico tra l’élite degli scrittori, degli artisti, degli intellettuali del Quartiere Latino. Atteggiamento che fu in antitesi con i laboratori sperimentali sovietici, che pur partendo dagli stessi stimoli di rinnovamento estetico, si dirigeva verso il grande pubblico. Dell’opera di Delluc (1890-
In Francia i primi film di avanguardia, a differenza dell’opera di Eggeling, furono caratterizzati da una certa dose d’ironia: Ballet Mécanique (1924), del pittore cubista Fernand Léger, pietra miliare dell’avanguardia cinematografica, è una danza di oggetti e ingranaggi; Entr’acte (1924) di René Clair (1898 – 1981) è un vero e proprio divertimento cinematografico e si caratterizza per una sottile ironia mistificatoria. Il film fu realizzato per Francis Picabia, che assieme a Tristan Tzara e André Breton fu uno dei leader del dadaismo. Qualche dadaista si divertì a fare delle brevi apparizione nel film: Ray e Duchamp che giocano a scacchi, Picabia ed Erik satie che spostano un cannone. Le sequenze di Entr’acte sono frantumate e ricostruite sulla base di assonanze figurative, ad eccezione della parte finale del funerale con l'inseguimento del carro funebre. Questa sequenza, con il carro funebre lanciato in una corsa folle, si sviluppa in una successione di movimenti sempre più rapidi, con un montaggio accelerato sugli esempi degli inseguimenti comici di Pathé o di Mack Sennet. Entr’acte rimane un caposaldo nella storia del cinema di avanguardia proprio per l’aspetto paradossale della narrazione, per la realizzazione di un sogno a occhi aperti, in cui però il passaggio da una immagine all'altra risulta sorprendentemente razionale, quasi mai onirico. Aspetto che se da una parte tradì alcune direttive surrealiste volute da Picabia, in realtà decretò il successo del film. Entr’acte fu presentato la prima volta, con buon successo di critica e di pubblico, il 27 novembre 1924. Per l’occasione Erik Satie compose una musica ironica e fedele alle immagini.
Il primo film che si proclamò surrealista fu La Conchiglia e l’Ecclesiastico, di Germane Dulac (1882 – 1942), sceneggiato dal poeta Antonin Artaud. Per la regista francese il cinema era un mezzo espressivo puro, una sinfonia visiva. Dopo il primo tentativo non pienamente riuscito, il surrealismo cinematografico trovò finalmente il suo cavallo di battaglia: Un Chien Andalou (Un cane Andaluso) è del 1928, è diretto da Luis Bunuel (1900 – 1983) e sceneggiato dallo stesso regista e Salvador Dalì. Max Ernst, pittore e scultore surrealista, partendo da una frase del poeta Comte de Lautréamont: «bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio», spiegava che la bellezza proveniva dall’«accoppiamento di due realtà in apparenza inconciliabili su un piano che in apparenza non è conveniente per esse». Questa chiave di lettura sembra essere alla base di Un Chien Andalou, che è considerato, assieme ad Entr’acte, caposaldo del cinema d’avanguardia. Dadaista Entr’acte, surrealista Un Chein Andalou, se vogliamo cercare una separazione all’interno del movimento d’avanguardia cinematografico. Il primo indubbiamente più vicino ai toni ironici dei dadaisti, il secondo a quelli più esasperati dei surrealisti, afflitti dal cosiddetto “male de secolo”: il denaro, la civiltà, la ragione occidentale. Un Chein Andalou si apre con la famosa immagine dell’uomo che si taglia con una lametta un occhio, per molti chiara metafora che il film andava guardato con occhi diversi.
