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LA NASCITA DI HOLLYWOOD


Gli anni che seguirono il primo conflitto mondiale furono per gli Stati Uniti anni in cui si verificarono grandi cambiamenti in ambito cinematografico. Furono gli anni in cui nacque l’industria Hollywoodiana e in cui si volle ribadire la supremazia del prodotto americano nei confronti di quello europeo. Non a caso tutti i film stranieri furono eliminati dalle sale cinematografiche esistenti negli USA e non a caso la “sirena” delle grandi produzioni richiamò a Hollywood schiere di cineasti dal vecchio continente. Le grandi produzioni come la Paramount e l’Universal erano padrone del mercato internazionale, la loro influenza nella distribuzione mondiale era assolutamente inattaccabile. La nascita del cinema hollywoodiano coincide con l’affermazione dello strapotere dei produttori, diventati grazie agli stretti legami con le potenze finanziarie di Wall Street veri e propri magnati. Questa supremazia del produttore, che surclassò quella del regista, ebbe effetti inevitabili sulla tipologia dei film. Il successo, o l’insuccesso, artistico di un film era determinato dalle scelte del produttore, che preoccupato soprattutto del rendimento finanziario, subordinava tutto alla legge del profitto. La nascita di Hollywood coincise con la scomparsa del cinema pionieristico.


Lo stesso Griffith, autore nel 1915 di uno dei film più importanti della storia del cinema (Nascita di una Nazione), fu spazzato via dalla nuova ondata commerciale voluta dalle grandi major. Griffith negli anni venti ancora una volta dimostrò la sua grande arte cinematografica: film come Agonia sui ghiacci, del 1921 e Le due Orfanelle del 1922, dopo il capolavoro del 1919 Giglio Infranto, nel rinnovato clima post bellico, rappresentarono il canto del cigno del grande regista di Louisville. Gli scarsi incassi dei film successivi (America, Zingaresca) segnarono l’inizio del suo declino, e misero fine alla sua carriera senza prove di appello. Nel 1933 cedette le sue azioni della United Artist, società fondata nel 1919 insieme a Mary Pickford, Charlie Chaplin e Douglas Fairbancks, e si ritirò dalla vita attiva. Come scrive Georges Sadoul nella sua Storia del cinema mondiale: “(…) Iscritto nella lista nera dell’industria cinematografica, Griffith non poté più, durante gli ultimi venti anni che gli restavano da vivere, girare un solo film. La legge dell’oro di Hollywood aveva soffocato il suo principale fondatore”.



Dunque il padre padrone del film era il produttore. Però si pose subito un problema: il produttore agiva nell’ombra, non creava interesse da parte del pubblico. Perso l’interesse per l’autore e per il regista, era necessario istituire una facciata che attirasse il pubblico nelle sale cinematografiche. Il divo (ma ancora di più la diva) negli anni della nascita di Hollywood incarnò l’enorme e irresistibile potere seduttivo che il cinema pretendeva di esercitare sul pubblico. Nacque così lo Star System, incoraggiato dai padroni produttori attraverso campagne pubblicitarie imponenti, che tendevano a creare attorno ai divi, atmosfere da leggenda. Fra i molti ricordiamo Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Rodolfo Valentino, Gloria Swanson, John Gilbert, Greta Garbo… Probabilmente il divismo sfuggì al controllo di chi lo aveva fortemente voluto. I molti detrattori accusavano il cinema così ridotto di sostituirsi alle religioni, e il divo addirittura al divino. La chiesa puritana si scatenò contro il tempio di tale sacrilegio, Hollywood, promuovendo campagne contro l’empietà di un mondo che si alimentava dei propri mali.


Molti divi furono accusati di fare uso di stupefacenti, di partecipare a orge, di essere degli assassini. Fu così che nacque la MPDA (associazione produttori distributori americani) capeggiata dal puritano William Hays, che promosse un programma di autocensura per frenare qualsiasi tentazione da parte degli autori del cinema. Hays in seguito scrisse un Codice del Pudore, che rappresentò una vera e propria stretta moralistica della quale l’America si liberò solo negli anni ’50. Furono proprio le sregolatezze nate dal divismo che spinsero Hays, soprannominato “lo zar del cinema”, a coniare il codice che imponeva il divieto a rappresentare l'atto sessuale, le scene di nudo integrale, le scene di parto, tutte le forme di perversioni sessuali, eventuali attentati alla santità del matrimonio. Inoltre imponeva il rispetto per le istituzioni e per la bandiera.


Cecil B. De Mille fu tra i registi che meglio rappresentarono il nuovo corso inaugurato a Hollywood. La storia del cinema spesso lo annovera fra i personaggi più eclettici che l’industria cinematografica sia mai riuscita a creare. Eclettismo tuttavia determinato non tanto da motivi di interesse artistico, quanto dalla sua straordinaria capacità di adottare i generi economicamente più fruttuosi. E’ risaputo che l’industria hollywoodiana concesse a De Mille, , per la realizzazione del colossal I Dieci Comandamenti (1924) e de Il Re dei Re (1927), i fondi che erano stati negati a Griffith.

Fra i grandi registi americani che con stile seppero produrre un cinema di consumo - senza che la legge del profitto prevalesse completamente sull’arte - ricordiamo King Vidor. Vidor arrivò al successo nel 1925 con il film La Grande Parata, e successivamente nel 1928, grazie ai proventi del precedente film, poté realizzare un film in piena indipendenza dai dettami hollywoodiani. La Folla, che narra la storia di un piccolo impiegato che cerca inutilmente di elevarsi al di sopra della propria condizione di mediocrità, è un'amara parabola sul sogno americano che si distacca nettamente dal cinema voluto delle major. Tuttavia Vidor, pur spesso in contrasto con le direttive della casa di produzione (la Metro nel caso specifico), tenne sempre in grande considerazione le esigenze del pubblico e mai avversò il fenomeno del divismo, linfa vitale dell’industria cinematografica di quegli anni.

Fatte poche eccezioni la legge dello star system e quella del box office, portarono in breve tempo ad un decadimento artistico dei film, che solo una dignitosa scuola di comici e l’apporto di grandi registi stranieri riuscirono ad arginare. A rappresentare entrambe le categorie (comici e stranieri) ricordiamo fra tutti Charlie Chaplin, inglese trapiantato negli Stati Uniti, che nel 1920 con Il Monello interpretò e diresse il suo primo lungometraggio. Tra gli autori francesi che lavorarono a Hollywood va ricordato Maurice Tourneur. Raffinato come pochi suoi colleghi, diresse fra gli altri, il film L’Ultimo dei Mohicani del 1920. "Il pubblico deve a Maurice Tourneur un tributo di gratitudine per aver portato "The Last of The Mohicans" sullo schermo" sentenziò il 4 dicembre 1920 il Moving Picture World. Fra gli autori tedeschi che lavorarono a Hollywood è doveroso ricordare riedrich W. Murnau. Il suo capolavoro del periodo americano è senza dubbio Aurora del 1927. Il produttore William Fox non ebbe problemi a concedere grossi finanziamenti per la realizzazione del film perché, al di là della bravura del regista, la sceneggiatura, tratta da un racconto di Herman Südermann, si avvaleva di tutti i requisiti hollywoodiani: il thriller, il sentimentale, la comicità, la commedia. Un capolavoro che François Truffaut in un suo articolo per "I Cahiers du Cinéma" definì, "Il film più bello della storia del cinema".

L’avvento del sonoro e la crisi finanziaria di Wall Street del 1929, provocarono un profondo rinnovamento dell’industria cinematografica. Per Hollywood era iniziata una nuova era.


MARY PICKFORD

Attrice, produttrice. Nome d'arte di Gladys M. Smith, Mary Pickfotrd nacque a Toronto, in Canada, nel 1893 e morì a Santa Monica in California nel 1979. Tra i suoi primi film ricordiamo The New York Hat del 1912 di Griffith. Negli anni successivi fu protagonista di film di successo. Considerata la fidanzata d'America seppe intelligentemente valorizzare il suo mito con film da lei stessa prodotti con la United Artists che fondò nel 1919 assieme a Chaplin, Fairbanks, e Griffith. Fra i suoi film ricordiamo Papà gambalunga del 1919, Rosita di Lubitsch del 1923, Coquette del 1929 (premio Oscar), La Bisbetica Domata (1929).



DOUGLAS FAIRBANKS

Attore, produttore. Nome d'arte di D. Elton Ullman, nacque a Denver nel 1883, morì a Santa Monica nel 1939. Esordì nel 1915 con un film diretto da Griffith (L'agnello). Nel 1919 sposa Mary Pickford Soprannominato Dr. Smile, per l'interpretazione di personaggi seducenti e simpatici. Molti i suoi film all'attivo: Doppio Guaio (1915), Il meticcio nella Foresta (1919), Douglas Superstizioso (1919), Il Segno di Zorro (1920), I Tre Moschettieri (1921), Robin Hood (1922), Il ladro di Bagdad (1922). Il suo ultimo film, Le ultime avventure di Don Giovanni diretto da A. Korda, è del 1934.


RODOLFO VALENTINO

Attore. Nome d'arte di Rodolfo Guglielmi, nacque a Castellaneta in provincia di Taranto nel 1895, morì a New York nel 1926. Emigrato nel 1913 in USA, prima di entrare nel mondo del cinema lavorò come giardiniere e in seguito come ballerino. Nel 1918 fu attore coprotagonista nel film L'Avventuriero di J. Maxwell. Il ruolo da protagonista lo ottenne nel 1921 nel film I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse. Il successo è immediato, il suo mito, pur di breve durata, sarà travolgente. Considerato dalla critica di allora "il sogno di tutte le donne d'America", l'uscita di ogni suo film fu accompagnata da vere e proprie scene di fanatismo da parte delle migliaia di fan. Ricordiamo i film: Lo Sceicco del 1921, Sangue e Arena del 1922, Monsieur Beaucaire del 1924, Notte Nuziale, sempre del 1924, Cobra del 1925, L'Aquila Nera, sempre del 1925, Il Figlio dello Sceicco del 1926. Morì a soli 31 anni. Ai suoi funerali ci furono episodi d'isterismo, durante i quali molte furono le donne che si tolsero la vita.


CECIL BLOUNT DE MILLE

Regista, produttore. Nacque ad Ashfield, nel Massachussetts nel 1881, morì a Los Angeles nel 1959. Nel 1912 fondò la casa cinematografica che in seguito divenne la Paramount. Agli esordi predilesse il genere western (The Squaw Man, 1913). Nel 1919 e nel 1921 realizza commedie di costume (Maschio e Femmina e Fragilità, sei Femmina). Negli anni trenta e quaranta tornerà al western con film entrati nella storia del cinema: La Conquista del West, La Via dei Giganti, Gli Invincibili. Negli anni venti girò colossal come I Dieci Comandamenti, Il Re dei Re, Il Segno della Croce, nei quali prevaleva la spettacolarità di carattere biblico. De Mille non disdegnò il genere drammatico dirigendo film come I Prevaricatori (1915).


GRETA GARBO

Nome d'arte di Greta Loyise Gustafsson, Greta Garbo nacque a Stoccolma nel 1905 e morì a New York nel 1990. Dopo un'infanzia difficile a causa della morte precoce del padre, costretta a lavorare come barbiere, poi come commessa nei grandi magazzini di Stoccolma, la Garbo dopo alcune esperienze cinematografiche in patria e in Germania (L'ammaliatrice, 1925) sbarcò a Hollywood assieme a M. Stiller, suo vero e proprio pigmalione. I primi passi non furono facili, ma il successo arriverà improvvisamente con i due film che le varranno l'appellativo di "Greta la Divina": La Tentatrice e La Carne e il Diavolo.

L'immagine della Garbo è quella di una donna ammaliatrice, di femme fatale tanto spietata nei confronti dei suoi spasimanti da spingerli alla follia. Diva fra le dive, l'attrice svedese fu per molti versi un'antidiva: detestava la pubblicità, non sopportava la vita mondana, era decisamente contro lo Star System. Il carattere introverso, la propensione alla solitudine, alimentò il suo mito di donna irraggiungibile. Immagine che la Garbo avrebbe voluto scrollarsi di dosso, ma che Hollywood continuò ad imporre, costringendo l'attrice a interpretare ruoli di eroina negativa, di donna spietata, che tanto piaceva al pubblico. Con l'avvento del sonoro, negli anni trenta, interpretò ruoli della seduttrice destinata a una fine tragica. Fece scalpore la prima pellicola in cui la Garbo ride: Ninotchka (1939) di Lubitsch fu lanciata con locandine che promettevano a caratteri cubitali "La Garbo ride". L'insuccesso di Non tradirmi con me (1942), di Cukor, l'indusse a soli 36 anni ad abbandonare per sempre il cinema.


AURORA

Il restauro del film muto diretto dal regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau nel 1927, agli albori del cinema sonoro, non è dei più riusciti, tuttavia la scommessa della BIM distribuzione nel riproporre Aurora nelle sale cinematografiche italiane sembra sia stata vinta, come era già successo in passato con il restauro e la distribuzione di Otello, Jules e Jim, Il terzo uomo, Il grande dittatore.

Nato dalla collaborazione fra Murnau (1888 - 1931) e lo sceneggiatore Carl Mayer (1894 - 1944), entrambi trasferitisi a Hollywood nel 1926, Aurora trae spunto da un racconto di Herman Südermann, e narra la storia di una donna, tanto bella quanto perversa, che giunta dalla città in un piccolo villaggio per le vacanze, seduce un aitante contadino. L’uomo, che è sposato e ha un bambino piccolo, perde la testa per la donna di città, dilapida tutte le sue pur scarse risorse e decide di uccidere la moglie simulando un incidente. Il contadino tuttavia durante la gita in barca in cui doveva mettere in atto i suoi propositi omicidi, si ravvede e si riconcilia con la moglie. Mentre i due, oramai rappacificati, tornano a casa attraversando il lago che separa il loro villaggio dalla città, seducente e tentacolare, la barca si rovescia. L’uomo si salva ma la moglie viene data per dispersa. La donna di città, credendo che il piano del finto incidente sia riuscito, si getta felice fra le braccia del contadino. Quest’ultimo, sconvolto dagli eventi e reso folle dai sensi di colpa, afferra per il collo la donna per ucciderla. Ma prima che il dramma si compia qualcuno del villaggio lo informa che la moglie è stata trovata sana e salva.

Un happy end non contemplato nel romanzo di Herman Südermann, e in contrasto anche con le note cupe, tragiche, volute da Murnau e Mayer, ma che in definita anticipa il cinema di Frank Capra, del “sarebbe bello se fosse così”. Un lieto fine imposto dalla produzione per ragioni commerciali, che pur in linea con la matrice moraleggiante del racconto, non vuole rinunciare all’appagamento del pubblico, alla possibilità di rappresentare la realizzazione di un’utopia. Il film è a ragione considerato un capolavoro del cinema e sicuramente l’ultimo in ordine di tempo prima dell’avvento del sonoro. E’ ovvio che la recitazione sia esageratamente enfatica - come si usava nelle pellicole del cinema muto - ma il ritmo moderno delle sequenze, l’uso delle soggettive, le inquadrature con insoliti punti di vista e profondità di campo, i lunghi piani sequenza, l'estrema mobilità della macchina da presa, fanno di Aurora uno dei film più studiati e apprezzati nella storia del cinema.

François Truffaut in un suo articolo per "I Cahiers du Cinéma" lo definì, "Il film più bello della storia del cinema". La realizzazione di Aurora comportò un ingente sforzo produttivo se consideriamo gli standard dell’epoca. Grazie alla magnanimità di William Fox, furono ricostruiti in studio addirittura gli esterni della città e della palude, per consentire al regista il completo controllo dello spazio. Il valore aggiunto è rappresentato dalla bella fotografia di Charles Rosher e Karl Struss (vinsero l'Oscar), che rafforzano con i loro chiaroscuri, il costante bilanciamento del film fra il cupo realismo e l’impronta espressionista

 
 
 
 
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