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RECENSIONI

CINEMA

LA DUCHESSA **


Se non fosse per la messa in scena, il montaggio, le scenografie e i costumi, questo ennesimo film storico di scuola britannica, La Duchessa, diretto da Saul Dibb, passerebbe inosservato. La sceneggiatura non è certo da premio Oscar e la trama si risolve nel semplice triangolo amoroso tra lei lui e la sua concubina, le corna (dovute) di lei al marito che la tradisce e il mesto ritorno alla condizione di moglie, donna del '700 e nobildonna. Ovviamente come è successo per il film di Sofia Coppola (Marie Antoniette) i riferimenti a Lady Diana si sprecano. E che noia! Cosa ci si trova poi di così interessante nel dramma sentimentale di queste nobildonne cornificate, non saprei. Forse è l'estensione del dramma soapoperistico del tipo "anche i ricchi piangono", oppure è il gusto di scoprire che una donna, pur se ignorata dal marito e nonostante i doveri imposti dalla sua condizione (donna e nobildonna) sia così anticonvenzionale, così emancipata, di andare con un altro uomo. O meglio: si vuole a tutti i costi scorgere i prodromi del movimento femminista nella Duchessa di Devonshire.

D'altra parte Olympe de Gouges (drammaturga e giornalista francese) scrisse già nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, che dedicò alla regina di Francia, Maria Antonietta, sostenendo che la regina era una donna oppressa come le altre. C'è una sorta di anticonformismo da frigobar tutto coppoliano dietro a queste operazioni cinematografiche. Donne viziate, maltrattate, che tirano fuori un po' d'artigli e non hanno niente altro a cui pensare. Per avere un quadro più interessante delle donne di quell'epoca, non sarebbe più indicato andare a vedere come vivevano le donne normali, quelle del popolo? Quelle che allevavano i figli, lavoravano per dar da mangiare alla prole, e morivano giovani ? Milioni di donne il cui ricordo è andato perso e i cui drammi - non necessariamente di natura sentimentale - hanno spinto poi ad un cambiamento vero nel rapporto fra i diritti fra donne e uomini ? Veramente c'è qualcuno che riesce a pensare ad un collegamento fra i dispiaceri di Maria Antonietta o di Lady Georgiana Spencer, e il movimento di emancipazione delle donne ? Quello che voglio dire è basta con le giustificazioni del più o meno sano voyeurismo (presente nello spettatore cinematografico) che si prova di fronte le gesta di belle inappagate nobildonne. Le biografie sono interessanti perché uniche. Rivolgiamoci alle vite di queste illustri signore dal punto di vista più adeguato.

Lady Georgiana Spencer, la cui biografia scritta da Amanda Foreman ha ispirato il film di cui stiamo parlando, è in realtà una vera antenata di Lady Diana. M'immagino l'eccitazione quando sono apparse così evidenti le analogie fra l'antenata duchessa e la sfortunata Lady D.! Come se realmente ci fosse un filo diretto lungo 200 anni fra Lady G e Lady D. ! Scandalo e anticonformismo. Sarà nel DNA degli Spencer ? Dopotutto ci hanno mangiato in molti sui nobileschi traumi sentimentali della dinastia.
Nonostante questo non esaltante quadretto sulle intenzioni biografiche del film, e su una sceneggiatura senza sussulti, la confezione del film è talmente ben fatta che ne consigliamo la visione. Caso raro, essendo noi di Attracco.it particolarmente legati alla scrittura del film, prima ancora della messa in scena. Dobbiamo riconoscere però che la consolidata scuola inglese in fatto di film in costume ha colpito anche questa volta. Splendidi la fotografia, il montaggio e gli scenari. Tre elementi che riescono a sopperire alle carenze di contenuto e a far sì che, una volta tanto, nonostante la cornice brilli più del quadro, ci siano buoi motivi per pagare il biglietto. Insomma il film riesce ad essere coinvolgente e in qualche modo a far partecipi il pubblico della grinta (per noi quella del ramo Spencer non è altro che grinta) di una nobildonna vissuta nella seconda metà del settecento.


titolo: LA DUCHESSA

Regia: Saul Dibb

Attori: Con Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper, Hayley Atwell

110 min


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IL COSMO SUL COMO' *


Tutti i comici televisivi hanno il loro momento d’oro. Può arrivare, per puro caso, ad inizio carriera, oppure dopo una lunga ed estenuante gavetta. Può durare un mese o forse anni, dipende dal talento e dal modo di sapersi vendere. Ma prima o poi quel filone aureo è destinato ad esaurirsi per lasciare il posto solo a grezzo materiale da riciclo. E’ il destino dei comici della televisione, che tutto crea tutto distrugge, e nulla trasforma.



Anche il trio Aldo, Giovanni e Giacomo hanno vissuto il loro momento d’oro, iniziato verso la metà degli anni novanta, dopo una lunga gavetta. Sono in due (Aldo e Giovanni) al Gran Premio di Pippo Baudo del 1990, un programma in onda su Raiuno aperto alle giovani promesse del mondo dello spettacolo. “Aldo e Giovanni” - così si presentano al pubblico - vengono all’epoca da oltre dieci anni di cabaret, durante i quali hanno messo a punto una comicità surreale in cui la mimica, quanto gli “opposti comici” (cioè lo scontro fra i due caratteri), giocano un ruolo fondamentale. Per la nota legge che nulla si crea ma tutto si trasforma, individuerei il loro stile nella mediana che passa fra i Brutos e i fratelli Marx, fra il demenziale e l’anarchico surreale.



Giacomo, che viene da un’esperienza analoga da cabarettista, ma anche teatrale in coppia con la moglie Marina Massironi, si unisce al duo nel 1992. Un arricchimento di cui si giovano tutti e tre i comici. Lo “scontro” diventa a tre e le possibilità, supportate dal talento, infinite. C’è un potenziale in quel trio che può diventare esplosivo. Lentamente, apparizione televisiva dopo apparizione televisiva (Il TG delle vacanze, Su la Testa!) il nuovo trio si impone alla critica e ad un folto pubblico di ammiratori. Il rapporto fra i tre comici sulla scena funziona alla perfezione, le loro gag sono irresistibili e si respira, finalmente, dopo anni di cloni comici televisivi, aria nuova, un gusto diverso dai soliti intermezzi digressivi proposti dalla televisione. Il loro scopo è ora quello di “bucare” - come si dice in gergo - lo schermo televisivo, accomodarsi nelle case della maggior parte degli italiani e imporre la loro comicità al grande pubblico. Bisogna insistere sulle corde di sempre (snaturarsi sarebbe controproducente) e soprattutto trovare la trasmissione di successo.



“Mai dire Gol” all’epoca registra uno share altissimo ed è una vera e propria vetrina per personaggi comici emergenti. La notorietà di Aldo, Giovanni e Giacomo cresce di puntata in puntata, grazie anche alla Giapallas, trio di invisibili conduttori e preziose spalle fuori campo per molti comici di quegli anni (come si può non citare Antonio Albanese?). Il successo televisivo si consolida con i primi lungometraggi cinematografici, realizzati in collaborazione con Massimo Venier (Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Chiedimi se sono felice, ecc…) e spettacoli teatrali come i Corti (1996) per la regia di Arturo Brachetti e Il Circo di Paolo Rossi per la regia di Giampiero Solari. Un vero e proprio filone d’oro, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto di idee.



Un filone d’oro che oggi sembra essersi esaurito. La loro ultima “fatica” cinematografica “Il Cosmo sul Comò”, ne è la prova. Se questa è l’alternativa (così era stata presentata la pellicola) ai film-panettoni, allora ben vengano i film-panettoni come quelli di Neri Parenti con Christian De Sica. Se questo è il prezzo da pagare per la non-volgarità dei nostrani film di Natale, allora ben vengano le pernacchie e la consolidata miscela di tette e culi. Il Cosmo sul Comò è un film a episodi, uno più scialbo dell’altro, ad eccezion fatta, forse, per la scena dei quadri parlanti, comunque mai all’altezza del loro passato. Un prodotto stanco, privo completamente delle componenti essenziali della comicità del trio, e non certo aiutato da una regia didattica (Marcello Cesena). Un film pieno di esagerazioni (irritanti i personaggi secondari) e clichè esasperanti. Un lungo, interminabile (nonostante il film duri un’ora e mezza), arrampicarsi sugli specchi. Una delusione per le migliaia e migliaia di fans che li hanno amati.


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